Mike Teunissen, il colpo del cecchino

Ammettiamolo senza tanti giri di parole: nessuno ci aveva capito niente. La prima tappa del Tour 2019, una gara in linea di 194, 5 Km con arrivo e partenza a Bruxelles, quella alla quale il disegno della più importante gara a tappe ha affidato il compito di assegnare la prima maglia gialla, si è rivelata una trappola per topi. Soprattutto per quei topi troppo golosi, sui quali l’olfatto ha avuto la meglio sul cervello. Un finale anomalo, con una pendenza esigente, dove poteva essere prevedibile che la carica di adrenalina non sarebbe stata sufficiente ad avere il sopravvento sui muscoli delle gambe. Appesantiti improvvisamente da un eccesso di acido lattico.
Tutti bravi a commentare, dopo. È vero. Ma noi siamo qui apposta. I corridori a pigiare sui pedali, noi sulla tastiera del notebook. A cercare, attenendoci fedelmente alla cronaca, di analizzare e valutare il verdetto sancito dalla strada. Perché il ciclismo, per quanto si presti a pagine di letteratura, resta uno sport di strada. Potremmo spazientirci per la sfortuna, che nel finale di tappa si è scatenata contro Jakob Fuglsang e Damiano Caruso. Senza trascurare quando, nelle fasi convulse della preparazione della volata, il super favorito Dylan Groenewegen è stato costretto ad assaggiare l’asfalto, e tirasi fuori dai giochi.
Alla fine però, fair play o meno del gruppo, questo è il ciclismo. Una sbadataggine di una frazione di secondo, può gettare alle ortiche mesi e mesi di preparazione. Speriamo di no. Troppo simpatico il danese dell’Astana, troppo spesso paggetto di compagnia sul podio, alle cavalcate vittoriose di Julian Alaphilippe. Ma anche splendido vincitore della Liegi-Bastogne-Liegi.
Speriamo che la partenza dal Belgio non abbia compromesso irrimediabilmente le ambizioni di nessuno, e domani la cronosquadre possa proporre gli stessi protagonisti della frazione d’apertura. Confidando che la fatina protettrice dei corridori, riesca per magia ad azzerare dolori e malanni. Ripartire come se la tappa di Bruxelles, al di là dell’agonismo pirotecnico che ci ha fatto godere, non abbia lasciato ulteriori strascichi.
Come contropartita, non avremo problemi ad ammettere che non ci avevamo capito nulla. Noi che siamo qui ad analizzare, ma nemmeno i corridori che sono lì a correre. Tutti frettolosi a partire nello sprint, ma nessuno di loro esplosivo al punto giusto. Nessuno, tranne Mike Teunissen. Ottimo nel realizzare quel mix micidiale di tempismo e lucidità. Realizzato in pochissimi secondi. Da quando ha dovuto reinventarsi da apripista al capitano Groenewegen, a protagonista in proprio. Fisico da Orso Yoghy e testa da Jerry, il topolino che sfida il gatto Tom nei celebri cartoon. Capace di controllare da dietro, con la freddezza giusta. Trovando poi l’attimo giusto per lanciare la sua volata. L’unico tra tutti i contendenti, a finire in crescendo. Perchè, è bene sottolineare, Peter Sagan, relegato alla piazza d’onore, il colpo di reni l’ha dato. Il suo sprint è finito sulla linea d’arrivo, ma non è bastato. Una piccola frazione di secondo, pochissimi centimetri d’asfalto, hanno premiato il cecchino più bravo. Forse non troppo famoso, e per questo, da considerare quasi un outsider. Domani però, nella cronosquadre di Bruxelles (27,6 Km), la maglia gialla vestirà il busto dell’olandesone Mike Teunissen. Fino a ieri splendido apripista, da oggi anche eccellente cecchino.

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