Possono capitare al Giro d’Italia, giornate da tregenda. Giornate nelle quali le insidie del maltempo contribuiscono a trasformare una tappa già difficile di per sé, in qualcosa che rischia di lasciare segni indelebili nell’economia di una corsa a tappe che vive anche dell’imprevedibilità.
C’è da dire anche che contrassegnare sulla guida ufficiale del percorso la frazione con arrivo a Sestola con lo stesso grado di difficoltà (3 stelle) che ha contraddistinto quella del giorno precedente, nella quale si è visto primeggiare l’olandese Taco Van der Hoorn, fa pensare a un errore di valutazione o quanto meno a un confronto non proprio azzeccato.
Le insidie della quarta tappa, la Piacenza-Sestola di 187 Km, erano da ritenere alquanto chiare. Un percorso impegnativo sotto il profilo altimetrico, con la presenza di strappi che presentavano pendenze del tutto ragguardevoli. Poniamo il tutto a condimento con freddo, pioggia e maltempo che incessantemente hanno accompagnato la marcia dei corridori, ed ecco allora le previsioni risultare alla fine alquanto prevedibili.
Come prevedibile può apparire la logica che il plotone conceda l’opportunità di far partire la fuga a lunga gittata. Se questo poi accade, soprattutto a inizio Giro, vengono fuori a chiare lettere le strategie delle formazioni più importanti che non hanno mai fatto mistero di puntare alla rosa di Milano.
Come saltano agli occhi in tutta la loro evidenza, le ambizioni dell’Astana che nella fuga di giornata non è riuscita a inserire nessun uomo e si trova a quel punto costretta ad assumere in prima persona l’impegno per il ricongiungimento, o almeno, del contenimento di un tentativo che come è successo in qualche edizione della nostra corsa più amata, ha reso poi problematico nel corso delle tre settimane, il recupero in classifica generale di quei corridori interessati a curare tale contesto.
Ed è pure emerso subito il chiaro intento del team Ineos Grenadiers a porre un limite evidente alla sacralità del simblo del primato. Lo si è capito quando Filippo Ganna si è messo in prima persona ad animare e dirigere l’inseguimento ai battistrada, e come sia stato successivamente lasciato da solo, una volta terminato il proprio compito. Una circostanza che esprime il pragmatismo senza limiti del team britannico, anche quando a condurre le operazioni dall’ammiraglia si trovano due tecnici italiani, esperti ed apprezzati come Dario David Cioni e Matteo Tosatto.
Del resto, per loro gli obiettivi prioritari sono sempre stati chiari, al di là delle gioie effimere che possono essere rappresentate dalla premiership a tempo determinato di Filippo Ganna. Precedenza assoluta a preservare e tutelare le ambizioni di Egan Bernal e quelle di Pavel Sivakov. Alla fine si deve affermare che dati alla mano, il risultato conseguito sembra dare loro ragione.
Perché se Joseph Dombrowski è andato a conquistare la vittoria di tappa, portando a compimento il massimo intento finalizzato dal momento in cui insieme ad altri attaccanti ha dato vita alla fuga a lunga gittata; se Alessandro De Marchi, sapendo abbinare al meglio generosità e raziocinio, è andato alla fine a conquistare la maglia rosa, è sotto gli occhi di tutti che soprattutto Egan Bernal, insieme a Giulio Ciccone, Aleksandr Vlasov, Mikel Landa e Hugh Carthy, sono stati gli uomini di classifica che a Sestola hanno saputo avvantaggiarsi sugli avversari.
A parte i ritardi molto contenuti di Evenepoel, Bardet e Yates, ce ne sono altri che dopo la quarta frazione devono fare i conti con gap un pizzico più significativi che mettono a nudo una condizione non ancora al massimo (Sivakov, Nibali, Hindley, Bauchmann… per fare dei nomi), con il portoghese Joao Almeida che è giunto al traguardo a quasi 6 minuti di ritardo dal vincitore e adesso è addirittura da considerare fuori dai giochi per la classifica generale.
Il tempo di riflettere su ciò che è stato, il tempo per alcuni atleti di leccarsi le ferite, approfittando del fatto che domani la corsa rosa proporrà una frazione da considerare a tutti gli effetti come un appuntamento per i velocisti. 177 Km completamente pianeggianti da Modena a Cattolica.
È il caso di dire, in considerazione che è ormai imminente il passaggio della carovana nelle terre di Giacomo Leopardi, che archiviate le fatiche della quarta tappa, così come per il passeggier de “La quiete dopo la tempesta”, anche per il gruppo, “il suo cammin ripiglia”.

ORDINE D’ARRIVO
  1 – Joseph Dombrowski (UAE Team Emirates) – 187 km in 4h58’38”, media 37.571 km/h
  2 – Alessandro De Marchi (Israel Start-Up Nation) a 13″
  3 – Filippo Fiorelli (Bardiani CSF Faizane’) a 27”
  4 – Louis Vervaeke (Alpecin-Fenix) a 29”
  5 – Jan Tratnikslo (Bahrain Victorious) a 29”
  6 – Attila VALTER (Groupama) – FDJ a 44”
  7 – Nicolas Edet (Cofidis) a 49”
  8 – Nelson Oliveira (Movistar Team) a 57”
  9 – Rein Taaramae (Intermarché-Wanty-Gobert) a 1’33”
10 – Christopher Jensen (Team BikeExchange) a 1’36”