È legittimo e opportuno chiederci se alla fine, in un’avventura variegata qual è il Giro d’Italia, che in 21 tappe concede un po’ a tutti la possibilità di esprimere le proprie potenzialità, sia giusto che in contesti da ritenere riservati principalmente a certi specialisti, siano poi atleti che si distinguono per altre peculiarità, a vedere compromesse le proprie ambizioni.
Sono tante le domande e le analisi, da reputare a questo punto non più rimandabili, dopo ciò a cui abbiamo assistito nel finale disgraziato della frazione numero 5, la Modena-Cattolica di 177 Km.
Curve secche a 90 gradi, cartelli segnaletici e strettoie improvvise che sbucavano dappertutto. Era davvero inevitabile, transitare su un tratto finale così pieno di insidie? Non sussistevano le possibilità per preferire un percorso che offrisse un epilogo alternativo, più propenso a una maggiore tutela dei corridori?
Nei sopralluoghi preventivi che sicuramente saranno stati effettuati nei mesi precedenti da parte della società organizzatrice, è impossibile che non siano sorti tutti questi punti di domanda.
Anche perché, al di là dell’ovvio danneggiamento dei diretti interessati (uno dei massimi favoriti Mikel Landa costretto al ritiro; il vincitore della tappa di ieri Joseph Dombrowski che esce di classifica), la corsa si trova adesso inevitabilmente, a subire perdite importanti che vanno a minare il valore stesso della competizione.
Qui non siamo davanti a una situazione in cui Steven Kruijswijk cade nell’approccio alla discesa del Colle dell’Agnello perché intende rischiare maggiormente per non lasciarsi staccare da un più ispirato Vincenzo Nibali (episodio risalente al Giro 2016). In quel caso furono le qualità eccelse dell’uno a prevalere sulla minor propensione dell’altro ad affrontare quel tipo di percorso.
A Cattolica invece, è scontato che né Landa, né Dombrowski, coltivavano la benché minima ambizione di aggiudicarsi il secondo sprint di gruppo che la corsa rosa stava proponendo. Per entrambi la priorità era rappresentata dal voler arrivare incolumi al traguardo, cercando di assumere il minor numero di rischi.
Come pure anche l’addetto alla sicurezza con la bandiera in mano, sarà stato sicuramente consapevole che il suo compito era quello di segnalare la prossimità di un pericolo; non certo di restare lui stesso vittima di quella criticità che la cronaca ha dimostrato essere di non poco conto.
Un volontario generoso e coraggioso che si è trovato per terra, toccato da Dombrowski (le immagini del replay sembravano lasciare intendere fosse appunto il corridore con addosso la maglia riservata al miglior scalatore, l’autore della manovra in cui cercava di schivare il cartello segnaletico). Non sembra sussistere un effettivo errore umano imputabile a qualcuno degli addetti ai lavori – né in ambito segnalatori e nemmeno tra i corridori -. La triste vicenda è stata causata da circostanze oggettive che il buon senso e un po’ meno di superficialità nelle valutazioni preventive, avrebbero dovuto ispirare per cercare in tempo soluzioni alternative all’insegna di una maggiore sicurezza.
Qui non si tratta di stare a discutere se il gruppo debba partire o meno perché sta piovendo abbastanza…
Il finale di oggi era da interpretare come una bomba a orologeria che metro prima, metro dopo, avrebbe rischiato di creare conseguenze poco piacevoli.
Le priorità per i dirigenti però sono altre. Meglio perdere tempo e valutare con precisione millimetrica dove i corridori vanno a gettare le loro borracce. Come se fossero quelli i pericoli che possono pregiudicare l’incolumità dei primattori e condizionare il risultato sportivo.

(Foto de Tim de Waele / Getty Images) – Foto: Getty Images