Arriva la tappa di Montalcino e con essa ecco arrivare anche le sbornie. Un percorso impegnativo ma soprattutto, al di fuori dell’ordinario. Un tracciato che tutti devono temere senza che nessuno possa vantare la certezza di trarne vantaggi particolari. Pedalare sullo sterrato deve suggerire soprattutto rispetto, altrimenti tale attività non si fregerebbe dell’appellativo di ciclismo eroico. E in effetti, anche senza pioggia, anche senza fango, si è trattato comunque di ciclismo eroico. Uno spettacolo assicurato nel quale la corsa rosa ha emesso dei verdetti importanti. Guai però a emettere con troppa fretta sentenze definitive, perché il Giro 104 ha raccontato fino ad oggi di essere pieno di trabocchetti e con le grandi salite e le importanti altitudini ancora da toccare, la sfida è da considerare ancora aperta.
Senza con questo bendarsi gli occhi e rinnegare l’evidenza, perché adesso quanto a brillantezza, Egan Bernal è di una spanna superiore a tutti. Con il suo team in grado di gestire e organizzare i giochi. Una superiorità assoluta dimostrata sul campo, com’è sempre stato per le squadre dirette dal general manager Dave Brailsford.
Istintivamente può fa arrabbiare la logica che i big concedano più di 14 minuti di vantaggio agli attaccanti di giornata, in una tappa che fu posta in chiara evidenza già dal giorno in cui questo Giro venne presentato. Il motivo di perché ciò sia avvenuto è presto detto: tutte le formazioni hanno inteso lasciare al team Ineos-Grenadiers l’onere dell’inseguimento. La formazione della maglia rosa ha adempiuto a tale compito imponendo però le proprie condizioni. Al di là del fatto d’indossare il simbolo del primato, Egan Bernal ha ottenuto tre giorni fa un autorevole  successo in una tappa molto temuta e proprio grazie a quella performance il fuoriclasse colombiano ha poi vestito la maglia più importante della nostra corsa più importante. Motivo per cui la formazione britannica ha lasciato spazio ai volenterosi di giornata, accettando che la partita per la classifica generale si consumasse dietro, e attraverso tale battaglia emergesse un verdetto che per quanto provvisorio e parziale, non si potrà non tenere di conto.
Ganna prima e Moscon poi, fungono da splendide locomotive per Bernal, salvo poi il colombiano, ricordando l’ottima  prestazione svolta a marzo scorso sugli sterrati dei versanti vicini, decide di forzare il passo, invogliato anche dalla constatazione che appena toccato i primi segmenti di strade bianche, il suo rivale più vicino in classifica, il belga Evenepoel, sta dando l’impressione di essere poco brillante. Sempre in coda al gruppo dei migliori, il giovane alfiere della Deceuninck-Quick Step è costretto a cedere, facendo ipotizzare una resa che potrebbe procurare dei distacchi irreversibili. Per tale motivo, forse con un pizzico di esitazione di troppo, l’ammiraglia decide di fermare João Almeida che da lì in poi si dimostrerà ottimo metronomo per il neofita fuoriclasse, al quale si ha l’idea abbiano ceduto un po’ i nervi.
Davanti, limitandoci a raccontare ciò che avviene nel gruppo della maglia rosa, è una corsa a eliminazione; una sfida dove Bernal palesa una maggiore freschezza e reattività. Ne è la prova che dopo che si sono conclusi i tratti di sterrato,  lungo la strada asfaltata che sale verso Montalcino, molti del gruppetto stanno dimostrando di fare molta fatica a tenere il suo passo. Tra questi, Nibali, Ciccone e Soler.
Forte di questa situazione la maglia rosa procede con il suo ritmo, dando l’impressione di non curarsi più di tanto di Buchmann, quando il tedesco decide in solitario di prendere il largo. Poco dopo però, non appena Vlasov tenta di dare fuoco alle polveri, la reazione del capitano del team Ineos Grenadier non si fa attendere, riuscendo in poche pedalate a riprendere il corridore dell’Astana e successivamente a scrollarselo di dosso.
E il plotone dei fuggitivi? Anche qui si consuma la stessa recita. Un’eliminazione spontanea che alla fine porta altri giovani, lo svizzero Mauro Schmid della Qhubek Assos a giocarsi la vittoria di tappa con il promettente Alessandro Covi dell’UAE Emirates. Purtroppo per il nostro portacolori le gambe dell’elvetico sembrano essere meno provate dalle estenuanti fatiche che si sono consumate nei tratti di sterrato. Resta tuttavia circostanza positiva in una tappa che niente regala, trovare conforto nella consapevolezza che il piazzamento d’onore mette in chiaro di possedere delle doti importanti.
Sul fronte classifica generale la situazione mette in luce adesso un leader che piano, piano, rischia di assumere il ruolo di tiranno, anche perché scorrendo i vari piazzamenti, sembra che a venire premiati sono coloro che hanno preferito nascondersi dietro l’ombra del colombiano, piuttosto che far notare di avanzare pretese in proprio. Una classifica nella quale risalgono figure quali Caruso, Yates e Buchmann – fino a ieri, riguardo agli ultimi due venivano sottolineate delle prove alquanto incolori – mentre si allontano dal leader Evenepoel e Ciccone.
Scorrendo la classifica però, sorge spontaneo il pensierino della sera: con tutto il lavoro di gregariato (non cerchiamo altri termini perché sarebbero inesatti e fuori luogo), Gianni Moscon occupa la 15a posizione in classifica generale e il suo distacco dal compagno-capitano è di 4 minuti e 25 secondi.
Se avesse potuto correre il Giro coltivando ambizioni in proprio, a quale risultato avrebbe potuto ambire?