Il Giro 2021 si chiude così come era partito tre settimane fa a Torino, ma si chiude anche allo stesso modo di come lo avevamo lasciato alla fine di ottobre a Milano, e ancora c’è da dire che si chiude alla stessa maniera di come si era aperto sempre lo scorso ottobre 2020 a Palermo. Al cospetto di una prova contro il tempo, il vincitore non può essere che Filippo Ganna. Anche contro le avversità, una banale foratura che gli fa perdere almeno 15 secondi, il tempo fatto registrare dal corridore di Verbania risulta essere il migliore.
Chi prova a forzare per competere con le sue performance, finisce col trovarsi troppo concentrato a guardare in basso, senza accorgersi di trovarsi in prossimità di una curva a 360 gradi. Così com’è accaduto a Rémi Cavagna, che pure, a conti fatti, di secondi a causa dell’incidente ne ha persi meno di SuperFilippo.
Se poi non vogliamo farci mancare nulla, c’è da dire anche delle ammiraglie che vanno a ostacolare proprio nel centro di Milano, un bravissimo Matteo Sobrero che, risultato alla mano, al campione del mondo dell’inseguimento cede solo 14 secondi.
Alla fine comunque, per la legge di compensazione, il fuoriclasse (il termine è appropriato, senza ombra di dubbio) della Ineos Grenadiers raccoglie quanto ha meritato; il verdetto delle lancette è assolutamente inattaccabile.
Come pure si deve sottolineare la splendida conferma di Edoardo Affini che 2° nella prima frazione di Torino, ritroviamo 3° questo pomeriggio a Milano.
Insomma, a scorrere l’ordine d’arrivo dell’ultima tappa che chiude il Giro 104, la crono individuale da Senago a Milano di 30,3 Km, notare 3 bandiere italiane tra i primi 4 classificati è un bel vedere. Anche perché se andiamo a scoprire l’effettiva top ten, i tricolori con i colori a noi più cari diventano 5, poiché sono da prendere in considerazione anche i piazzamenti di Alberto Bettiol (7°) e di Gianni Moscon (9°).
Diciamolo in tutta sincerità, senza creare false illusioni perché di lavoro da fare ce n’è ancora tanto, 7 vittorie di tappa (2 Ganna e una ciascuno Vendrame, Nizzolo, Fortunato, Bettiol e lo splendido assolo di ieri di Damiano Caruso) rappresentano un terzo delle opportunità concesse dalla gara a tappe.
Cerchiamo da questo risultato di prendere lo slancio a far bene, in considerazione dei grossi appuntamenti che ci aspettano nei prossimi mesi (Tour e Olimpiadi su tutti).
Egan Bernal difendendosi e amministrandosi anche nell’ultima frazione, va a scrivere il suo nome tra i vincitori della corsa rosa. Secondo colombiano dopo Quintana che, anche lui a 24 anni, riuscì a imporsi nella nostra corsa più amata.
Il giovane alfiere della Ineos Grenadiers godeva già alla partenza i favori del pronostico, anche se lui ha sempre esternato con palese sincerità, nel corso delle interviste che ha rilasciato di volta in volta, quanto temesse che il fantasma del mal di schiena potesse riaffacciarsi all’improvviso. Proprio per questo motivo, avvertendo un’ottima condizione già nei primi giorni di gara, ha deciso di uscire allo scoperto, andando a raccogliere secondi preziosi. Esattamente due settimane fa, dopo aver ottenuto il primo dei 2 successi di tappa di questo Giro sull’insidioso arrivo di Campo Felice, ha conquistato la maglia rosa, per non lasciarla più ed esibirla definitivamente oggi nell’apoteosi di Milano.
Fino a lunedì sul traguardo di Cortina d’Ampezzo, Bernal si è dimostrato non solo il padrone della corsa, ma anche un leader inattaccabile. La soppressione decisa a tavolino delle salite della Marmolada e del Pordoi, alla fine hanno finito per danneggiare più lui che i suoi avversari, perché stando alla mera cronaca, gli è bastato soltanto il Passo Giau per infliggere distacchi considerevoli che con le altre due asperità avrebbero finito per esserlo ancora di più.
La brillantezza che è andata affievolendosi nelle frazioni che sono seguite alla seconda e ultima giornata di riposo, ha contribuito a rendere più briosa ed emozionante la corsa; in certi frangenti si è avuto l’idea che la competizione potesse riaprirsi. In un modo o nell’altro si è trattato di concedere l’onore delle armi ai due avversari che si sono dimostrati più ostici.
A cominciare da Damiano Caruso, che dopo l’impresa sull’Alpe Motta e la buona prestazione nella crono conclusiva (17° a 1’23” da Ganna; 30 secondi meglio di Bernal e 1’22” meglio di Yates), consolida il piazzamento d’onore portando il gap definitivo dalla maglia rosa a 1’29”.
Di Simon Yates c’è da dire invece che la vittoria di tappa all’Alpe di Sega e la conquista del podio, rappresentano sicuramente due risultati molto importanti. Per quello che il corridore britannico era riuscito a far vedere nel corso della stagione e soprattutto sulle strade del Tour of the Alps, è però innegabile che le sue ambizioni puntassero al gradino più alto del podio.
Come pure se, a parte la sfortuna nella tappa di Sestola, João Almeida avesse potuto giocare in pieno le proprie chanches, molto probabilmente sarebbe finito per salire su quel podio che l’anno scorso ad debuttante aveva solo sfiorato.
A corsa conclusa, che cosa resta ancora da dire? Il Giro di per sé è un evento che può offrire spettacolo ed emozioni più di Tour e Vuelta messi insieme. Questa non è una valutazione di parte, ma una constatazione innegabile, ripercorrendo proprio la storia e analizzando nel dettaglio la corsa rosa.
Ciò che manca al Giro, al di là degli slogan, è una vera e propria personalità, soprattutto quando questa è messa al cospetto all’interno dei nostri confini, perché è assodato che all’estero il Giro goda di indiscutibili e universali apprezzamenti.
La qualità delle immagini televisive e il servizio nel suo insieme deve avvicinarsi a ciò che è in grado di diffondere la televisione francese, senza che con questo confronto, qualcuno intenda indurre la nostra manifestazione ad esternare sudditanza nei confronti del Tour. È un innegabile dato di fatto, punto e basta.
Anche all’interno del prodotto televisivo gli argomenti meno legati alla cronaca sportiva devono essere proposti con molta più cura e parsimonia, evitando di scivolare nella superficialità spicciola.
Il calendario ormai da anni non favorisce la corsa rosa. Se è innegabile che il bel tempo rende tutto più facile, è altrettanto innegabile che rende anche tutto più bello. Auspicando che l’edizione 2022 possa essere la prima post-Covid, la presenza delle folle festanti a bordo strada, sulle piazze di partenza e nelle sedi d’arrivo, dovrà costituire un obiettivo prioritario. Per ottenere questo serve trovare un importante appoggio dalla politica; non relegando la stessa al semplice ambito sportivo, ma coinvolgerla nel senso più ampio. La stessa politica che non esita a intervenire per imporre – giustamente – di non transitare sul Mottarone, dovrebbe valutare e privilegiare un evento che come nessun altro può essere il vettore ideale quale promozione dell’Italia nel mondo.
Possiamo chiudere poi sull’argomento inerente alla partecipazione. Onore a tutti coloro che hanno preso il via da Torino e doppio onore per chi ha concluso la corsa a Milano.
Se da una parte è vero che gli assenti non hanno mai ragione, diciamo che se ci trovassimo davanti a una giornata scolastica, la preside farebbe bene a indagare. Troppe figure di quelle che abbiamo applaudito a marzo sulle strade della Tirreno-Adriatico non erano presenti al Giro. Il regale ordine d’arrivo che abbiamo applaudito all’ultima Liegi, quanti di quella top five erano in corsa?
Infine, se ai tempi di Moser e Indurain le cronometro erano troppe, è proprio il caso di far propendere la sfida esclusivamente a favore degli scalatori? Quella prova contro il tempo proposta intorno alla 10a tappa non è forse da riprendere in considerazione?