A volte basta un fare un reset ai cattivi pensieri per riscoprirsi campione dopo lunghi anni bui. A volte basta eliminare l’adrenalina in eccesso e riscoprire sani equilibri per alleggerire la pericolosità della gara. A volte, è il caso forse di non insistere su un cavallo abile a lanciare gli sprint, ma un po’ meno abile ad affrontarli in prima persona.
L’essenza della sesta frazione del Tour de France può essere sintetizzata in questi concetti. Mark Cavendish che va ad ottenere il suo secondo successo di tappa (un terzo delle opportunità proposte fino ad oggi hanno visto primeggiare il fuoriclasse dell’Isola di Man), facendo sua anche la Tours-Châteauroux di 160,4 Km.
Una volata nella quale è stato ottimamente pilotato dai compagni Morkov e Ballerini, per far esplodere poi tutta la sua potenza, mettendo alle spalle il solito Jasper Philipsen, oltre ai vari Nacer Bouhanni, Arnaud Démare e Peter Sagan.
Fino ad oggi, l’unico corridore che è stato in grado di sfruttare le opportunità proposte alle ruote veloci, al di fuori di Cavendish, è stato Tim Merlier. È da ritenere pertanto opportuno che la formazione della maglia gialla Mathieu Van der Poel possa valutare di cambiare i ruoli ai suoi 2 corridori designati a essere protagonisti negli sprint affollati. È chiaro che un piazzamento alle spalle di un così esplosivo Cavendish è tutt’altro che da buttare, ma è altrettanto lecito supporre e valutare se le gerarchie in seno al team siano da mantenere, o invertire già dalla prossima occasione.
Come pure viene spontaneo pensare che forse, scelte organizzative a parte, i corridori stanno impegnandosi per mantenere una sorta di codice comportamentale tendente a calare il nervosismo in gruppo. Dopo tutti quegli incidenti nelle frazioni che hanno preceduto la prova contro il tempo, si riesce a vedere finalmente uno spiraglio piuttosto accentuato di buon senso. Anche perché la strada che porta a Parigi è ancora lunga e nel fine settimana tenderà a impennarsi. E non poco…

– Foto © A.S.O. –