Avranno poco da lamentarsi a Tokyo con un ordine d’arrivo così regale. Del resto, il percorso impegnativo previsto per la prova olimpica non poteva che esaltare atleti di primissimo livello e, com’era scontato, soprattutto quelli con la gamba buona allenata da tre settimane di Tour de France.
In più, come spesso succede, tra i due super favoriti, alla fine è stato un terzo a spuntarla anche se, è bene sottolineare che Richard Carapaz per ottenere un risultato così prestigioso ci ha messo del suo e forse, qualcosina ci ha messo anche il compagno della Ineos Grenadiers, Michal Kwiatkowski. Resta il fatto che il corridore ecuadoriano ha saputo scegliere i tempi giusti.
Una corsa che per quasi 200 Km ha vissuto della solita fuga – come spesso avviene in questi casi – a lunga gittata, per entrare poi nel vivo nel corso dell’ascesa al Mikuni Pass. È qui infatti che la corsa ha preso una piega irreversibile, con 14 corridori che si fanno largo e, tra gli azzurri, il solo essere presente è Alberto Bettiol. Oltre al corridore toscano, del gruppo dei battistrada fanno parte anche Carapaz, Fuglsang, Gaudu, Kwiatkowski, Mcnulty, Mollema, Pogačar, Schachmann, Urán, Van Aert, Woods e Adam Yates.
Appena le pendenze incominciano a farsi più ostiche, è l’ultimo vincitore del Tour a tentare l’allungo. Un’azione delle sue, alla quale soltanto il compagno di squadra Brandon Mcnulty e il canadese Michael Woods riescono a resistere alla sua ruota. Dietro, gli altri danno l’idea di affidarsi al solo Van Aert, il super pronosticato della vigilia, costretto ad agire in prima persona per ricucire un tentativo che potrebbe diventare non più recuperabile.
Alla fine, col susseguirsi di brevi ma intense asperità che avvicinano i battistrada verso il traguardo posto all’interno dell’autodromo, ecco provarci Richard Carapaz, sul quale è lesto a portarsi l’inossidabile statunitense Mcnulty. Il vantaggio dei due toccherà il punto massimo dei 44”, per poi scendere sensibilmente ai meno 7 dall’arrivo, sulla spinta di un generosissimo Vout Van Aert.
Mentre tra gli inseguitori è costretto a cedere il nostro Bettiol alle prese con i crampi, davanti Carapaz ce la fa a togliersi di ruota il compagno di avventura. Mancano a quel punto poco 6 Km al termine della gara e da lì in poi per il sudamericano incomincia una cavalcata solitaria che lo porterà nella storia. Nella terra dei samurai, Carapaz sarà il primo corridore sudamericano a conquistare una medaglia d’oro olimpica nella prova in linea di ciclismo.
Per certi versi una rivincita verso quei super eroi, plurivittoriosi sulle strade del Tour; super eroi che hanno i volti di Vout Van Aert (medaglia d’argento) e Tadej Pogacar (medaglia di bronzo). Due medaglie decise attraverso uno sprint consumato all’ultimo millimetro, in una sfida che ha visto coinvolti gli immediati inseguitori, raggruppati in un plotoncino di 8 unità, giunto al traguardo con un distacco di 1’07”.